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Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

Una zona che ho avuto particolarmente modo di apprezzare durante il mio ultimo motoreportage è quella della Tuscia, in particolar modo tutta l’area che si estende fino al mare. Una bellissima area, quella di Vulci, dove si uniscono natura, storia, archeologia cultura e i sapori di un territorio in grado di produrre un olio di grande rilievo

Il nostro desiderio concide con l’attracco all’area archeologica di Vulci per visitare quella che viene chiamata “Maremma laziale”. Siamo infatti arrivati, percorrendo la piacevole Cassia, ideale per passeggiate in moto a zigzagare lievi,  in una campagna sterminata inframezzata da antichi ruderi di profondo fascino. Nonostante il sole sulla “coppa” cranica e il caldo estivo.

Amo sempre passare per i paesi che trovo viaggiando in moto sulla Cassia. Sutri, Ronciglione, la zona del Lago di Vico suscitano sempre in me un piacere: quello di trovarmi a pasare nei luoghi giusti da percorrere, ruote e stivali. Arriviamo dunque al parcheggio dell’area archeologica di Vulci attraversando la zona di Canino di cui vi racconterò più avanti per la bontà del suo olio e la bellezza dei suoi oliveti, un territorio poco conosciuto che merita giustizia.

Il parcheggio antistante Vulci è privo di ombra e il caldo si fa sentire. Soprattutto per me che parto per le mie gite abbigliato come se dovessi arrivare a Capo Nord. Mi piace essere sempre in linea: stivali, giacca rallye, pantaloni enduro, maglia tecnica, foulard e via discorrendo. Chi va in moto sbracciato e con la scarpetta bassa rimane un mistero per me al pari degli enigmi di Fatima.

Vulci, il parco

Entrati “in campo” le soluzioni a disposizione per girarsela a Vulci sono: navetta e percorso ampio, percorsi a piedi di due tipi: quello piccolo di un paio di chilometri e quello più “intenso”, grande circa il doppio.

Noi che siamo camminatori, nonostante tutto, optiamo per il percorso senza navetta ma più breve. Il peso degli indumenti è notevole e il caldo, come sottolineato, è quello di luglio. Anche se spira una brezza marina che rende tutto più facile. All’interno di Vulci, effettivamente, trova spiegazione la citazione di David Lawrence che si legge nel sito ufficiale: “qualcosa di inquietante, qualcosa di molto bello”.

La distesa è lunare, le colline da film di guerra. Troneggia su una di queste una Rolls Royce rossa con tanto di falce e martello che sintetizza l’ascesa proletaria. La nostra, molto più semplicemente, è ascesa sotto il sole di motociclisti itineranti.

Vulci e il territorio di Canino, storia, paesaggio e un olio unico

La nostra passeggiata si snoda tra rovine, non mancano scatti di rito e paesaggi bucolici di quiete “maremmana” che invogliano a tornare in inverno per contemplare il cielo di ottobre che sovrasta queste immortali tracce di storia. Il paesaggio è magnifico.

Arrivati al lago, già set di numerosi film come Non ci resta che piangere nella famosa scena con Leonardo da Vinci, se non fosse per la luce accecante, il romanticismo d’altri tempi avrebbe la meglio.

In realtà, lo stomaco borbotta e l’ideale cede il passo al materiale. Squilli di tromba, direzione punto ristoro. Ci dirigiamo verso uno di quelli segnati sulla cartina checi  viene consegnata in biglietteria, il Casale Mengarelli. Il posto si rivela davvero ottimo. Curato lo stile dell’arredamento,in versione shabby chic, curati i dettagli, l’apparecchiatura. Sopraffina la presentazione dei piatti, cucinati ad arte con una materia prima che, ne deduco, non è che locale e nostrana. Altro che esoticherie di bassa qualità.

Il territorio di Canino, un olio “sopraffino”

Rinforchiamo la moto dopo una copiosa bevuta d’acqua dalla borraccia che non manca mai nella mia borsa da serbatoio, il navigatore chiacchiera e il casco modulare aperto rende le strade polverose e assolate un piacevole excursus.

Facciamo sosta ad una delle tante cooperative della zona per acquistare qualche prodotto locale. Una buona usanza che metto sempre in pratica perché, come ricorda Carlo Petrini, “la differenza sulla spesa la fa il consumatore”.

Una piacevole chiacchierata con il presidente della Cooperativa Olivicola di Canino, Luciano Stocchi, che ci racconta del territorio di Canino e della cooperativa trasformata nel 2004 da abbandonato capannone industriale nella struttura accogliente che vediamo oggi.

Al confine con la Toscana, in quella che viene chiamata ‘Maremma laziale’ si trova Canino, denominata città dell’olio, ricca di olivi, al centro di un territorio di grande interesse archeologico e naturalistico. L’origine del nome, che secondo una tradizione sarebbe derivato da una presunta gens Caninia, originaria di Vulci, è probabilmente in rapporto con il cane, l’animale per eccellenza simbolo di fedeltà ed amicizia, giustamente inserito anche nello stemma cittadino.

Canino ha una storia antica che parte dagli Etruschi. Durante l’egemonia etrusca faceva parte di Vulci e solo più tardi divenne un territorio a se stante, porto sicuro per le popolazioni dei dintorni durante le scorribande dei Saraceni. Il centro storico conserva ancora interessanti edifici fatti costruire dalle importanti famiglie che legavano il loro nome alla storia del paese.

Siamo nella provincia di Viterbo, nella cittadina di Canino. Qui, su una superficie che sfiora gli undicimila ettari coltivati, sorgono olivi che si distinguono per la chioma folta e per le foglie che presentano una forma insolitamente stretta.

Il Canino, questo olivo così rustico eppure così raffinato al palato, ha trovato in queste zone un terroir perfetto. Ne acquistiamo qualche litro di quest’olio che la sera si rivela corposo, saporito, e ottimo con il pane. Non manca un vino rosso che, come ci raccontano, viene realizzato da un famoso professore di cui non svelano l’identità ma che si è messo a fare il vino con ottimi risultati. Che confermiamo la sera abbinato al delizioso pane e olio. Insomma, la Tuscia è tutta da “esperire”.

Al ritorno, attraversare in moto le strade che circondano Tuscania con gli alberi dei boschi che sembrano chinarsi di fronte al nostro passaggio come fossimo il pirncipe Siddharta nella scena del film di Bertolucci Il piccolo Buddha, rende la strada ancora più “mistica”. Ogni volta che ci passo poi mi viene un groppo alla gola nel vedere una struttura che non c’è più.

Rimane solo la bellezza abbandonata e stanca del posto, un piccolo borgo che sembra uscito dal film I Magnifici Sette laddove i contadini assieme a Yul Brynner le suonano di santa ragione a Calvera e ai suoi sgherri. Quante sensazioni, quanti pensieri, quanta libertà: questo si chiama visitare l’Italia, questo si chiama andare in motocicletta. Il resto, fa volume.

Foto © Scrittore In Viaggio

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