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Vanessa Marenco, viaggiatrice dell’insolito e del divenire

Ma anche, come ama definirsi prendendo in prestito le parole del maestro Battiato, "viaggiatrice anomala in territori mistici".

In questa intervista, Vanessa Marenco è capace di condurci alla scoperta della sempre affascinante Irlanda. Ma soprattutto ci racconta di luoghi fragili, luoghi che stanno scomparendo. Ecco il senso del nostro viaggio. Attraverso le sue parole e le sue esperienze, che hanno dato vita a due interessanti volumi, ci inoltriamo in un percorso capace di far riflettere sul mondo, sulla sua bellezza e su cosa è necessario fare per poterne godere ancora. Si parla di ambiente, viaggi e di coscienza sociale

Vanessa Marenco è nata nel 1980 e vive a Torino. Come sottolinea: “Viaggio il più possibile: a volte, attraverso il mondo; altre, salto in bicicletta e vado a scoprire qualche parte della mia città che non conosco”. Ha scritto due libri di viaggio. Il primo – “Racconti d’Irlanda” – è stato pubblicato nel 2016 dalla Polaris Editore e racconta dei suoi otto anni su quell’isola che, evidenzia con malcelata nostalgia, “ho amato e sempre porterò nel cuore“.

Foto Polaris Editore

Il secondo – “L’atlante dell’insolito. Un viaggio tra i luoghi del divenire” – è uscito ad agosto 2019 ed è stato pubblicato da Alpine Studio e si tratta di un invito al viaggio attraverso luoghi fragili che stanno cambiando o scomparendo e che, seppur bellissimi, sono spesso lasciati al di fuori delle rotte comuni.

Foto Susan Tonso

Un’altra cosa che le piace dire di sé è che è un’entusiasta delle lingue: “l’inglese è il mio grandissimo amore. L’altra grande passione è la lettura, soprattutto in lingua originale”.

Insomma, una viaggiatrice che su queste nostre pagine virtuali entra di rigore nel “Gotha” delle storie che non si possono non raccontare. Vanessa Marenco, tale è la passione per i viaggi che la pervade come un soffio vitale ininterrotto, scrive di viaggi per Latitudes Life.

Foto Paola Emanuel


Per conoscere meglio Vanessa Marenco, potete anche visitare il suo sito Skandorina’s Travels e seguire le sue avventure principalmente su Instagram a questo link . Oltre a leggere questa intervista su Scrittore In Viaggio.

Vanessa, raccontiamo che è una viaggiatrice dell’insolito

Non so se esiste una definizione ufficiale. Posso dirti che però, per me, viaggiare in modo insolito non significa necessariamente andare lontano a livello geografico. E non vuol dire nemmeno andare per forza in luoghi incredibili, dai colori forti o sgargianti, ma forzatamente esotici (esotici poi per chi?).

Posso dirti che l’insolito per me significa andare a fondo: significa cercare di capire cosa ha portato un certo luogo a essere quello che è nel momento in cui lo visito. Significa anche – quando è possibile – parlare con chi quel posto lo abita o magari ha deciso di lasciarlo, e perché.

Di alcune destinazioni del mio Atlante ho scritto perché volevo raccontare cosa fosse andato storto. Volevo condividere i motivi della sconfitta ambientale, sociale e politica che le caratterizza. E nella maggior parte dei casi, la causa principale delle conseguenze a volte irreversibili siamo proprio noi: l’uomo avrebbe potuto fare qualcosa o per lo meno fermarsi prima di prendere decisioni avventate, e avrebbe così potuto evitare la scomparsa o il declino di questi luoghi inusuali.

Salton Lake, California

In altri casi, invece, l’insolito è sinonimo di cambiamento in senso positivo in questo mondo molto irrequieto. Nel mio libro parlo infatti anche di spazi che stanno mutando, ma che guardano avanti e cercano di imparare in qualche modo dal passato.

Nel tuo volume “L’Atlante dell’Insolito” scrivi: “Gli astronauti lo chiamano ‘the overview effect’. Raccontano che quando si è nello spazio e si vede la Terra dalla sua orbita o dalla superficie della Luna, la nostra consapevolezza nei confronti del nostro pianeta cambia…”. Davvero potrebbe essere così a guardare da lontano il nostro pianeta, “senza barriere né confini”, una sensazione di meravigliosa consapevolezza?

Penso che ognuno di noi possa sviluppare una meravigliosa consapevolezza in relazione al nostro fragile, splendido pianeta, anche senza andare nello spazio! Penso che sia sufficiente rendersi conto di quanto ognuno di noi possa fare per non continuare a distruggerlo o rovinarlo: possiamo iniziare da piccole azioni quotidiane.

Torri del Silenzio, Iran

Possiamo scegliere quello che compriamo, ad esempio: è davvero necessario acquistare sempre cose nuove, oppure possiamo anche servirci di negozi di seconda mano? Dobbiamo per forza mangiare le fragole a Natale, oppure “accontentarci” di assaporarle quando è la loro stagione?

Per quanto riguarda le barriere culturali, politiche e sociali, invece, penso che si possa sviluppare una coscienza più profonda grazie al viaggio: quando si viaggia per me ci si mette in gioco, si riesce a capire che non siamo poi così diversi gli uni dagli altri. Nella maggior parte dei casi, attraversando i confini, possiamo anche ricordarci di quanto siamo fortunati noi, con il nostro sicuro passaporto italiano: possiamo andare praticamente ovunque, senza essere rifiutati.

Il viaggio ci ricorda inoltre che la normalità non esiste: i punti di vista sono per definizione relativi e tutti attraversiamo traiettorie mutabili e variabili. Parto per ricordarmi che non c’è nulla di assoluto e fisso.

La tua passione per l’Irlanda, come nasce, cosa ti affascina di questo straordinario paese?

Non saprei dirti come è nato questo nesso. Posso dirti però che la mia, per l’Irlanda, non è una passione. È proprio amore. Amore reale, amore che deriva dalla conoscenza di aver lavorato, studiato e vissuto lassù per molto tempo, e poi di averne scritto.

E sebbene l’abbia lasciata fisicamente, mi sento sempre un po’ a metà quando ne parlo, perché un’esperienza lunga come quella che ho avuto io lassù fino alla fine del 2012 mi ha cambiata. Non è stato sempre necessariamente facile: ho fatto innumerevoli figuracce a livello linguistico, ad esempio, almeno all’inizio. E vivere lontani dalla propria famiglia non è sempre semplice.

Ciononostante, posso dirti che i miei anni irlandesi mi hanno regalato amicizie a dir poco epiche che continuano ancora oggi, senza definizioni geografiche; mi hanno donato esperienze lavorative che forse non avrei potuto fare in Italia quando ho finito l’università, e mi hanno permesso di sviluppare una capacità linguistica che, almeno secondo me, si può fare solo se si vive all’estero.

Quando ritorno in Irlanda, quindi, mi sento automaticamente a casa: tutto mi è familiare. Oltre alle persone a cui voglio bene che vivo lassù, posso dirti che provo un affetto reale anche per alcuni luoghi dell’isola: in primis, la zona del Burren, nella Contea di Clare – un’immensa distesa di roccia, un tavolato calcareo unico al mondo, il fondale di un oceano equatoriale 350 milioni di anni fa. Oppure, la Penisola di Beara – West Cork: una delle ultime zone d’Irlanda ancora non bistrattate dal turismo di massa. (Mi chiedo se si possa dire di voler bene ad un luogo, io dico sì!).

Quale visione del mondo proponi in “Racconti d’Irlanda”?

In “Racconti d’Irlanda” (Edizioni Polaris), uscito nel 2016, ho scelto di raccontare luoghi meno inflazionati dell’Irlanda. Avendoci vissuto per così tanti anni, infatti, ho avuto modo di conoscerne zone meno frequentate dal turismo di massa, in periodi dell’anno in cui lassù non si avventura moltissima gente.

Inoltre, le varie tappe del libro sono anche un resoconto di cosa significhi davvero vivere all’estero: racconto di chi è diventata la mia Irlanda, dei miei amici che mi hanno accolto, della mia prima esperienza lavorativa come ragazza alla pari, nel sud-ovest della nazione; descrivo le storie di alcuni abitanti di Belfast, una città storicamente e socialmente molto importante per l’isola. Forse i “Racconti” sono un po’ un inno all’Europa e alle possibilità che la libertà che abbiamo – e di cui spesso non ci rendiamo conto – ci dona.

Sei contenta di vivere in Italia e di essere italiana, tu che hai la passione per i viaggi?

Penso che per rispondere a questa domanda forse potresti citare le pagine 133-134-135 dell’Atlante: “Strisciante, sento arrivare la sensazione di disagio che si manifesta ogni volta che vengo posta di fronte al concetto di “Italia”.

Penso di soffrire di un blando disturbo dissociativo dell’identità, perché se penso alla nazione dove sono nata e dove vivo, per ora, sono allo stesso tempo orgogliosa, disillusa, combattiva, grata e frustrata.

Mi si gonfia il cuore di amore quando penso a una certa classe politica e a certi scrittori e giornalisti, sono orgogliosa di condividere la nazionalità con Pertini, Biagi, Gaber, Pasolini, Franca Rame, Terzani. Il problema è che, analizzando velocemente, sono quasi tutti morti quelli che mi emozionano veramente.

Momento nostalgia a parte, sono comunque felice di essere italiana perché esserlo vuol dire condividere il territorio con i Palazzi dei Rolli a Genova, Castel del Monte, Siena, Ravenna, Matera, ma anche le Dolomiti, la Val d’Orcia, le Langhe, il Roero e il Monferrato, Acitrezza, la Montagna Spaccata di Gaeta e molti, molti altri posti che rendono questa nazione indimenticabile.

Poi, però, subentra il mostro della disillusione. Questo demonio è nato soprattutto da conversazioni che ho intrecciato negli ultimi tre, massimo quattro anni con italiani di ogni età. Ho scoperto così una parte di Italia asfittica, conservatrice e razzista, dalla quale non mi sento rappresentata, se non addirittura di cui avere vergogna. Alcune delle persone che appartengono alla mia generazione, ad esempio, reclamano un posto fisso vicino a casa, dalle 9 alle 17, non durante i fine settimana, ma poi sono i primi a dire che quelli ci rubano il lavoro.

Altri pensano di potersi permettere di cercare di cambiare scelte individuali sacrosante, come l’orientamento sessuale e religioso. Alcuni sono così arrabbiati, così carichi d’odio da non vedere più quello che ci circonda. Siamo in un paese meraviglioso che per crescere ha bisogno di persone disposte ancora a meravigliarsi, a incuriosirsi e ad aiutare il prossimo.

Infine, si manifesta la Dea della combattività, bicefala. La prima testa è quella che difende questa frammentata repubblica dagli attacchi di chi italiano non è: “Solo noi possiamo parlare male della nostra nazione, voi non vi potete assolutamente permettere di criticarla”.

L’altra cocuzza dice invece: “Gli altri sono sempre meglio di noi, lasciali parlare che magari riusciamo a imparare ed implementare qualcuna delle loro idee”. Immagino che il panorama della mia psiche spezzettata possa essere estremamente interessante per clinici che studiano le dinamiche delle personalità multiple. Dottori, se siete là fuori e avete una soluzione per me, fatevi vivi: vi aspetto.

Raccontami il tuo viaggio più significativo

Non posso proprio sceglierne uno. Ne posso scegliere tanti, tutti per motivi diversi anche perché ad essere diversa era io in quel momento. Comunque sia, uno dei viaggi più insoliti che ho fatto – e di cui scrivo nel mio Atlante – è stato a Arcosanti in Arizona a circa cento chilometri da Phoenix.

Arcosanti, Arizona

Questa città utopica è stata una delle ultime tappe di un mio lungo vagabondaggio in solitaria nei deserti degli Stati Uniti dell’Ovest, a settembre del 2017. Fondata dal torinese Paolo Soleri, discepolo di Frank Lloyd Wright, Arcosanti si basa sul concetto di arcologia (un neologismo tra architettura e ecologia), un’idea che – almeno in teoria – prevedeva l’armonizzazione tra il territorio e la città, la riduzione del consumo delle risorse ambientali e delle materie prime, e la creazione di spazi abitativi “densi”, che possono appunto assicurare la sostenibilità dell’ambiente.

Detroit, Michigan

In altre parole, l’arcologia mira a creare città autosufficienti e dalle dimensioni ridotte, in cui si limitino gli spostamenti in auto, e che si sviluppino in tre dimensioni, verso l’alto.

Arcosanti, però, non è mai diventata davvero realtà: nell’idea del suo fondatore, avrebbe dovuto ospitare fino a 5 mila persone. Nel periodo della mia visita, ci sono meno di 40 residenti. Penso però che almeno sia stato uno slancio vitale verso una meta frugale di trasformazione. È stato uno sforzo verso la creazione di una città – definita da Soleri come il fenomeno estetico più rilevante di questo pianeta – ad immagine dell’uomo e a misura dell’ambiente, proprio ai confini del mondo abitato.

Salton Lake, California

Come preferisci viaggiare e come ti organizzi?

Nella mia vita, ho viaggiato da sola nella stragrande maggioranza dei casi. Viaggio da sola per diversi motivi: a volte perché ho la fortuna di poterlo fare in momenti dell’anno in cui molti dei miei (pochi) amici (davvero) viaggiatori lavorano.

In altri casi, viaggio da sola perché così facendo mi metto alla prova. In realtà, però, penso anche che in un viaggio non si è totalmente soli anche quando si parte da soli: si incontra sempre qualcuno che conosce, vive o ama la destinazioni che ho scelto.

Nel mio Atlante, ad esempio, questi occasionali compagni di avventura sono essenziali: attraverso le loro parole, infatti, mi piace pensare che la memoria dei luoghi di cui scrivo nel mio libro rimanga intatta anche se quegli spazi sono in pericolo o sono addirittura già scomparsi.

Per quanto riguarda l’organizzazione di un viaggio, tendo a non guardare troppo le immagini delle mie destinazioni prima della partenza. Così facendo, provo ad avere occhi nuovi, freschi quando arrivo là. Però, prima che l’avventura abbia inizio, leggo il più possibile: uso una grande maggioranza di fonti, da quelle più ufficiali (come, ad esempio, testate giornalistiche affermate e storiche, come il National Geographic) a quelle più locali (in questo senso, un’ottima risorsa che cito sempre è la rivista Erodoto 108).

Detroit, Michigan

Cerco anche di informarmi in almeno due lingue – principalmente italiano e inglese – perché le modalità di viaggio variano a seconda delle lingue usate da chi si muove. Un’altra cosa che faccio è quella di leggere reportage di viaggio vecchi, magari scritti in un’epoca precedente alla mia: questo mi permette di capire come e se è evoluto un paese quando ci arrivo.

C’è, però, anche il dopo, perché uno non smette di viaggiare quando torna a casa: il viaggio e la comprensione dello stesso continua anche quando l’esperienza è finita. Per me, uno dei metodi migliori per analizzare il mondo è scriverne. L’ho fatto nei miei due libri, ma continuo a farlo tramite il mio sito https://www.skandorinasdiary.com/.

I viaggi che hai fatto e con quali popoli ti sei sentita più affine

I viaggi che ho fatto sono tantissimi e non mi piace tenere liste. Posso dirti che uno degli spazi del mondo in cui mi trovo sempre a casa è tutto quello che di solito – malamente, forse – viene definito come Europa dell’Est.

Cerco allora di essere un po’ più precisa: una delle zone più indimenticabili per me è stata la via dei monasteri in Bucovina: ne puoi leggere tranquillamente qui . Si tratta di una parte d’Europa davvero poco conosciuta, ma costellata da una serie di Cappelle Sistine in mezzo a foreste e cicogne. Mi sono sentita come cantava Battiato: viaggiatrice anomala in territori mistici.

Tribù dell’Odisha, del Madhya Pradesh e del Chhattisgarh

Posso anche dirti che uno dei luoghi dove mi sono sentita più a casa è l’India, ma l’India vera eh, non quella dei sogni hippie di chi non ci è mai andato. Proprio a questa nazione dedico due capitoli lunghissimi nell’Atlante. E sono certa che, anche a distanza di molti anni, la mia vita dopo l’India non sia mai più stata davvero la stessa.

Già dal primo viaggio in questo sub-continente, ho imparato ad apprezzare il valore di cose che davo per scontate: l’importanza di aver l’acqua potabile in casa, la grandezza di aver un paio di scarpe integre, e così via.

Bandhavgarh National Park, Madhya Pradesh

Ma l’India è molto più di questo: è il luogo nel mondo dove ho percepito con una forza inaudita il collegamento tra gli esseri umani, il mondo vegetale e quello animale. Probabilmente sto esprimendo un concetto davvero banale, ma in India – più ancora di altre nazioni – ho sentito che se salta un elemento della catena che ci unisce, l’eco e gli effetti di questa rottura arriveranno a tutti gli altri blocchi della sequenza. Nessuno si salva da solo, diceva un grande libro qualche anno fa.

Tu scrivi per Latitudes Life. Vuoi diventare giornalista di viaggi?

Non sono una giornalista di viaggio – magari! La mia vita mi ha portata altrove. Ho studiato lingue e traduzione, ma da quasi 18 anni lavoro per un’azienda che produce dispositivi medici.

Vorrei avere più tempo per scrivere di viaggi, ma la vita corre veloce e quindi cerco di farlo quando posso e quando sento che ne ho bisogno. Dal 2013, il mio sito è una delle mie valvole di sfogo creative: considero https://www.skandorinasdiary.com/ come un luogo dove posso tornare quando ne ho bisogno, senza pressioni “social”, senza seguire fili temporali o geografici.

A volte scrivo di notte, a volte nei weekend, ma quando viaggio prendo sempre appunti – alla vecchia maniera, con una penna e un pezzo di carta, perché la memoria è fragile, fragilissima. Anche i miei due libri sono “nati” di notte o nei weekend.

La collaborazione con Latitudes Life è nata anni fa, grazie alla fiducia (e alla pazienza) di Lucio Rossi, il direttore editoriale della testata. Mi ricordo ancora il giorno che ci siamo conosciuti, nel loro ufficio di Milano. Io che chiedo se posso scrivere per loro, Lucio che mi guarda e dice “Proviamo” anche se non avevo alcuna esperienza a livello giornalistico. Vorrei poter scrivere più spesso per loro perché di Latitudes Life apprezzo la qualità dei loro reportage e la precisione dei loro dossier di viaggio.

Programmi nell’immediato? Prevedi qualche altro scritto?

Durante i vari lockdown degli ultimi anni, ho passato molto tempo a urlare dentro un cuscino e poi – per rimediare – a fare piani di viaggi. Tra le varie destinazioni che avevo messo in lista ce n’è una molto particolare che visiterò nelle prossime settimane: andrò in Macedonia, nella zona del Lago di Ohrid, un sito Unesco meravigliosamente nascosto. L’ho scoperto proprio nei mesi più bui della pandemia, quando mi è capitato “tra gli occhi” il film “Prima della pioggia” https://www.mymovies.it/film/1994/prima-della-pioggia/ di Milcho Manchevski, ambientato proprio in questa zona d’Europa. Il cinema, infatti, è un’altra inesauribile fonte di ispirazione per partire!

Tra le altre destinazioni che mi aspettano quest’estate ci saranno anche la Danimarca, dove ho vissuto per qualche mese in passato e dove torno con regolarità per lavoro, la Croazia e la Corsica. Ho poi dei piani gloriosi per il tardo autunno, ma per scaramanzia preferisco non parlarne adesso: il viaggio in questione è già saltato una volta per i motivi che tutti possono immaginare, quindi attendo fiduciosa con le dita incrociate!

Gli ultimi due anni non sono stati semplici: la mancanza di movimento fisico ha comportato una svogliatezza estrema anche nello scrivere. A questo proposito, ho fatto quello che potevo sul mio sito! Non ho in programma un altro libro di viaggio al momento.

Concludiamo questa piacevole “chiacchierata” con un segreto che vi sveleremo nei prossimi giorni. “Stay Connected”… soprattutto su Scrittore In Viaggio.

Foto di viaggio: Vanessa Marenco

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