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Ulrike Raiser, dall’Alaska fino ad una nuova visione del mondo

Il viaggio come conoscenza, scoperta di se stessi e intimità con la diversità e ricchezza del mondo. Dall'Alaska oltre i confini della mente. Ulrike Raiser si racconta in questa intervista

Ulrike Raiser, viaggiatrice e insegnante dalle mille risorse. Con una visione del mondo capace di “squarciare” il velo di Maya delle illusioni proprio da un viaggio in Alaska

Da qui, il suo primo libro Sola In Alaska che racconta di questa catarsi e trasformazione. Anzi, di un semplice divenire ciò che si era già. Con una nuova prospettiva sul mondo e sull’idea del viaggio. Ulrike Raiser: nonostante il nome tedesco, la giovane viaggiatrice e scrittrice è di origini piemontesi. Racconta, presentandosi a Scrittore In Viaggio: “Ho 41 anni, sono un’insegnante di lettere nella scuola secondaria di primo grado e collaboro con il comparto scuola di alcune case editrici. Per oltre 15 anni ho collaborato anche con la casa editrice Del Baldo.

Per ragioni legate al cuore ho rivoluzionato la mia vita per ben due volte: la prima per mollare tutto e trasferirmi sul lago di Como, la seconda per mollare tutto nuovamente e trasferirmi in Veneto, dove vivo adesso. La terza chissà!

Insoddisfatta di una vita sedentaria trascorsa nell’attesa delle due settimane di viaggio annuali, ho deciso di seguire il mio istinto e iniziare a viaggiare di più in autonomia e con un budget minimo, alla ricerca del “non turistico”. E così sono partita, zaino in spalla, alla volta dell’Europa, della Russia e di Egitto, Marocco, Tanzania, Sudafrica, Mozambico, Swaziland, Zanzibar, Seychelles, Cuba, Stati Uniti, Canada, Cina, Borneo, Malesia, Iran, Nepal, India, Australia, Giordania, Namibia, Perù, Bolivia, Myanmar, Oman, Uganda, Ruanda, Tibet, Etiopia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti.

Con Alpine Studio ho pubblicato nel 2018 “Sola in Alaska”, libro in cui ho raccontato i luoghi visitati tra Canada e Alaska che hanno cambiato profondamente la mia visione del viaggio. 

In Deviazioni” racconto invece la bellezza di luoghi che spesso non vengono citati nelle guide turistiche e delle storie dal mondo che, credo fermamente, dovrebbero essere conosciute da tutti.

Viaggiare mi ha resa molto consapevole delle responsabilità che abbiamo noi viaggiatori nei confronti del mondo e della conoscenza e anche del mio essere femminile. Gli incontri femminili che ho fatto durante i miei viaggi, in particolare, hanno notevolmente arricchito la mia consapevolezza di donna, in primis, e di donna fortunata, anche”.

In questa intervista, proviamo a capire “il fuoco nell’anima” di Ulrike Raiser.

Ulrike, partiamo dal suo volume: Sola in Alaska. Perché sola e perché in Alaska (terra che amo particolarmente)?

Sola in Alaska” è il mio primo libro di viaggio, nato proprio durante i giorni che ho passato in mezzo alla sorprendente natura alaskana. Il viaggio in Alaska è nato quasi per caso: in realtà, inizialmente, avevo deciso di andare in Canada, perché avevo il sogno di incontrare un orso. Poi, mentre stavo organizzando il viaggio, sono casualmente finita su un sito in cui si parlava dell’Alaska e lì mi si è accesa la lampadina e ho deciso di cambiare destinazione. Quella è stata la prima volta che un viaggio ha scelto me e non viceversa! Dopo l’Alaska mi è successo molte altre volte.

L’Alaska è un paese che richiede momenti di solitudine e che ti mette di fronte a te stesso: ci sei tu, essere piccolino, in una natura che la fa da padrona. Il “sola”, quindi, non fa tanto riferimento al fatto di essere partita da sola (perché poi in un viaggio lo stare soli è sempre relativo, dato che si incontrano molti viaggiatori e si possono anche condividere delle giornate o delle escursioni), ma al fatto di essere stata messa di fronte alla vera me stessa forse per la prima volta nella vita. Cosa che mi ha cambiato molto e ha modificato anche il mio modo di viaggiare.

Che tipo di paese ha trovato? Raccontiamo qualche storia significativa

L’Alaska è un paese intorno al quale sono nate moltissime leggende e preconcetti. È un paese che attira molte persone alla ricerca dell’estremo e delle sfide al limite della sicurezza e questo non piace assolutamente agli alaskani (per i quali, ad esempio, Chris Mc Candless – il protagonista di “Into the wild”, per capirci – non è certamente un eroe, anzi…). Non dimentichiamoci che l’Alaska fa parte degli Stati Uniti! Io ho trovato un paese in cui gli abitanti ancora sanno in buona parte rispettare la natura, vivere a contatto con essa, accettarne anche le asprezze e le difficoltà, senza cercare di piegarla ai propri interessi.

Gli alaskani sono un popolo variegato e con mille sfaccettature: sembrano rudi e solitari ma, in realtà, sono molto accoglienti e calorosi. Sanno anche divertirsi e, ogni anno, si sfidano in competizioni per noi un po’ strampalate (ad esempio amano molto la gara di urla moglie vs mariti). Sono persone che hanno saputo accettare (anzi, in alcuni casi le hanno proprio cercate) le difficoltà e i limiti imposti dalla natura e dal clima e hanno imparato a conviverci serenamente. A me ha molto impressionato conoscere la vita dura di chi risiede nelle zone più settentrionali, a Barrow ad esempio, dove non è nemmeno possibile seppellire le salme a causa del permafrost, e quindi è necessario spedirle in aereo ad Anchorage per imbalsamarle.

Lei insegna oltre a viaggiare: cosa trasmette ai suoi alunni delle sue esperienze e soprattutto quale messaggio vuole diffondere con i suoi viaggi

Sì, esatto, io insegno alle scuole medie. Ai miei alunni racconto sempre le mie esperienze di viaggio e devo dire che, quando lo faccio, loro sono sempre attenti e curiosi. Attraverso i miei racconti cerco proprio di stimolare la loro curiosità e il senso del rispetto, per l’altro e per il mondo in generale.

Cerco di far capire loro che il mondo è molto di più di quello che c’è scritto sul libro di geografia (che infatti io praticamente non uso), che non è uno sterile elenco di monti, laghi, fiumi etc. Il mondo è un insieme di storie e le storie sono ciò che appassionano ogni essere umano fin da quando si è bambini.

Durante i miei viaggi cerco proprio di raccogliere storie dal mondo (come ho fatto in “Deviazioni”), storie che meritano di essere conosciute. Ce ne sono davvero tante. E cerco anche di far comprendere il fatto che chi viaggia ha una grossa responsabilità, nei confronti dei paesi che visita e di chi non può, per diversi motivi, spostarsi da casa.

La sua ricerca del “non turistico”. Cosa significa essere viaggiatori e non turisti, è oggi ancora possibile?

Per certi versi oggi è molto difficile evitare il turistico. Non c’è quasi più nulla di selvaggio o di sconosciuto, anzi, sono gli stessi paesi che propongono i loro spot instagrammabili per attirare persone. Ma si può comunque viaggiare in modo non turistico anche in luoghi iper gettonati, come Petra ad esempio: la maggior parte dei visitatori si accontenta dei sentieri più battuti, quando invece ce ne sono molti altri che quasi nessuno percorre nonostante siano davvero affascinanti.

Ultimamente, poi, sta prendendo piede anche la tendenza dell’undertourism, che mi interessa molto e che, spero, venga seguita sempre di più. In ogni caso, comunque, si può essere viaggiatori e non turisti: rispettando le tradizioni locali, scegliendo solo agenzie etiche (un esempio per tutti: in Tibet evitare le agenzie cinesi e scegliere quelle gestite da tibetani), cercando di non lasciare tracce pesanti del nostro passaggio (anche a livello ecologico), evitando esperienze che nascondono sfruttamento (ad esempio non incentivare lo sfruttamento delle donne giraffa in Myanmar, tanto per dirne una).

Quando ha cominciato a partire zaino in spalla e quale la molla che ha scatenato il suo desiderio di mettersi in movimento?

In qualche modo ho sempre sentito l’esigenza di partire; fin da quando ero bambina ho sentito una forte inquietudine che non mi ha mai abbandonato (e mai lo farà, spero e temo allo stesso tempo). Da adolescente ho iniziato a viaggiare zaino in spalla, prima in Italia, poi in Europa (ricordo con affetto un viaggio in tenda di molti km attraverso la Croazia negli anni Novanta).

A 19 anni sono partita per Londra con il biglietto di sola andata, lì ho trovato lavoro e mi sono fermata per quasi tre mesi. A vent’anni sono uscita per la prima volta dall’Europa per andare in Egitto con la mia migliore amica: poter vedere con i nostri occhi i resti della civiltà egizia, che avevamo studiato a scuola, ci sembrava un sogno! Poi non mi sono più fermata.

Sicuramente i miei genitori hanno saputo trasmettermi il senso di avventura: loro hanno fatto il viaggio di nozze in autostop fino alla Grecia negli anni Settanta e hanno sempre portato me e mia sorella in vacanza in tenda (io ho visto la mia prima camera d’albergo mooolto tardi!), insegnandoci ad adattarci.

Ora arriviamo al suo secondo volume: Deviazioni. Come è nato e cosa racconta?

“Deviazioni” contiene racconti su alcuni dei viaggi che ho fatto in una decina di anni circa. È una raccolta di storie che ho conosciuto in viaggio e che ho promesso di raccontare e da questo è nato il libro. Quando viaggio scrivo sempre molto, un po’ perché la scrittura è un mio modo di esprimermi e di non dimenticare, un po’ perché mi aiuta a fissare delle emozioni su cui sento poi il bisogno di tornare quando sono a casa.

Nel libro racconto quindi scorci di viaggi fatti in Turchia, Marocco, Cina, Borneo, Mozambico, Cuba, Iran, India, Giordania, Perù, Myanmar, Uganda, Ruanda e Tibet.

Parliamo degli altri volumi e della sua visione del mondo. Riusciremo a viaggiare in maniera davvero sostenibile?

Me lo auguro davvero ma chissà! Credo che sia necessario farlo, perché il mondo non può reggere a lungo alla nostra pressione, ma ci vuole determinazione e molto impegno. Bisogna essere capaci di non ricercare la comodità a tutti i costi e bisogna diventare grandi osservatori di se stessi, per capire come ci si muove nel mondo, quanto lo si sporca, quanto lo si calpesta. Bisogna diventare sicuramente più lievi. Probabilmente il pensare di poter viaggiare in modo completamente sostenibile è un’utopia, perché già solo il prendere un aereo non lo è, ma ci sono molti margini di miglioramento rispetto a ciò che si fa adesso.

Quale dei paesi che ha attraversato le è rimasto nel cuore e perché, quale meno e dove ha riscontrato una maggiore sensibilità per l’ambiente e per le tematiche del pianeta?

Domanda difficile, perché sono molti i paesi e i popoli che mi sono rimasti nel cuore. Uno di questi è sicuramente il Nepal, per tre motivi. Primo tra tutti, il popolo nepalese, davvero accogliente, fiero e umile al tempo stesso. Nonostante in Nepal ci sia molta povertà e i terremoti abbiano lasciato una grande devastazione, i nepalesi non si danno mai per vinti e sono sempre pronti a rimboccarsi le maniche. Davvero ammirevoli!

Quando sono partita per il Nepal, inoltre, stavo attraversando un periodo non facile, di grande cambiamento. Avevo appena ribaltato la mia vita lasciando tutto, lavoro, casa, compagno, per trasferirmi in un’altra regione e cambiare drasticamente vita. Il Nepal mi ha aiutato a ripulirmi dalle mie impurità di pensiero, a lasciare a terra le zavorre che mi stavo portando dietro e a guardare avanti. In tutto ciò è stato fondamentale Ram, la mia guida, con cui ho fatto un lungo cammino (inteso non solo nel senso letterale del termine).

Terzo motivo, in Nepal ho fatto il mio primo trekking importante, superando i 3000 metri di altitudine. Guardandomi indietro adesso che ho raggiunto quasi i 6000 m, mi pare una cosa di poco conto, ma all’epoca per me che non ero allenata è stata una bella sfida! Il Nepal quindi mi ha permesso di conoscere una parte di me che non pensavo di avere e senza la quale adesso mi è impensabile stare: la passione per i trekking!

Il viaggio che invece mi ha dato meno in assoluto è stato quello alle Seychelles. Ma non è colpa del luogo, che ha indubbiamente le sue bellezze. Ho sbagliato io a partire. Semplicemente non è un tipo di viaggio adatto a me. Dopo qualche giorno ero super annoiata e non vedevo l’ora di tornare a casa… aggiungo però che ero in compagnia delle persone sbagliate, quindi davvero quello è stato un viaggio che non poteva venire bene.
I luoghi che mi sono sembrati più sensibili alle questioni ambientali, infine, sono stati l’Alaska, come già detto prima, l’Islanda e il Tibet, paese in cui c’è un grande rispetto per la madre terra.

Cosa bisogna fare per non lasciarsi risucchiare dalla quotidianità se però non si ha la possibilità frequente di lasciare tutto e partire? Come viaggia quando non parte?

Indubbiamente non è facile. La nostra società impone dei ritmi davvero frenetici e questo ci fa spesso soffocare. Anche io mi ripropongo spesso di vivere con maggior rispetto della lentezza ma poi, inesorabilmente, finisco con il velocizzare le mie giornate e desiderare che durino ore in più per farci stare tutto quello che devo fare. Sicuramente viaggiare a me aiuta tanto a staccare la spina e a rifocalizzarmi su ciò che davvero mi interessa e mi serve (e non mi serve tanto, in effetti, contrariamente a quanto a volte posso erroneamente pensare!).

Non serve però andare chissà dove. A me, ad esempio, rigenera moltissimo stare nella natura o andare in montagna, per me è un modo per riprendere fiato e ripulire la mente. Un’altra cosa che mi aiuta moltissimo quando non viaggio è la lettura. Io leggo molto, libri di viaggio e non, per me è un modo ottimale per evadere dalla realtà. Durante il lockdown è stato anche bello guardare le webcam dei parchi africani: stavo incollata allo schermo ore sperando di vedere passare un felino, proprio come si fa durante i safari dal vivo!

Programmi per l’estate e progetti letterari per il futuro?

Spero davvero di riuscire a tornare in Africa questa estate! Ho un viaggio che rimando da anni a causa della pandemia e spero che questa sia la volta buona. Sono stata in Africa una decina di volte e, ultimamente, ci tornavo una volta all’anno; adesso mi sta mancando moltissimo! Non dico nulla di più, però, perché adesso viaggiare è diventato un terno al lotto; tra tamponi e restrizioni finché non sono atterrata nel paese di destinazione non sono tranquilla!

Per quanto riguarda i progetti letterari, anche qui ho diverse idee. Devo ammettere che la pandemia, il non poter viaggiare e il dover stare in casa mi hanno bloccato anche a livello di scrittura, come se mi fosse mancata l’ispirazione. Ma adesso è tempo di ripartire anche in questo senso! Mi piacerebbe scrivere qualcosa a proposito dell’Arabia Saudita, paese che ho visitato qualche mese fa e che mi ha molto sorpreso: essendosi aperto da poco al turismo, è ancora in buona parte autentico e genuino e a me ha fatto un’ottima impressione (nonostante le sue contraddizioni innegabili). Chissà!

Aneddoti, curiosità e tutto quello che vuole aggiungere per dare ampio risalto alla sua “visione del mondo”

Durante un viaggio in Bolivia, stavo visitando i salares. Dormivo in quelli che si chiamano hospedaje, cioè costruzioni non riscaldate (quindi molto fredde, considerando che di notte si toccano i -20°C), molto spartane, in cui di fatto non c’è nulla se non dei semplici materassi, un wc e un paio di lavandini con solo acqua gelida. Una notte mi sono alzata alle 4 per andare a vedere l’alba e sono andata in bagno. Lì ho incontrato delle ragazze che si stavano truccando e ho chiesto loro come mai lo facessero.

Negli hospedaje non c’è elettricità e quindi a quell’ora era tutto immerso nell’oscurità e ci si muoveva solo grazie alle pile frontali. Mi ricordo che io ho fatto una gran fatica a mettermi le lenti a contatto, mentre loro appunto si stavano truccando. Mi hanno risposto che lo facevano per potersi fare delle foto belle. Ecco, in quel momento ho scelto quello che sarebbe poi diventato il nome della mia pagina Instagram: viaggio spettinata (@viaggiospettinata). Perché è così che sono io e che voglio essere in viaggio: spettinata. Già la vita ci impone dei modelli, delle maschere, dei toni da tenere, delle convenzioni da rispettare…almeno in viaggio io voglio assaporare la più completa libertà. Con i capelli spettinati al vento!

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