venerdì, Gennaio 21, 2022
7.7 C
Roma
spot_img
spot_img
HomeALTROREPORTAGERisiera di San Sabba, il valore della memoria da attraversare in silenzio

Risiera di San Sabba, il valore della memoria da attraversare in silenzio

Come promesso e accennato nel precedente articolo, eccomi con un reportage tutt’altro che leggero e di ben altro tono rispetto al Castello di Miramare: la Risiera di San Sabba, per non dimenticare. Una visita particolarmente commovente, un’esperienza non facile ma a cui, oggi più che mai, è necessario dare voce

Dopo aver celebrato la bellezza della costa triestina nello splendore del Castello di Miramare, la giornata è calda e assolata, ideale per aggirarsi nei giardini e nel porticciolo della stupenda struttura voluta da Massimiliano d’Asburgo, risaliamo sulle nostre motociclette e ci dirigiamo in direzione Risiera di San Sabba.

Attraversiamo il centro di Trieste. Da una parte Piazza della Libertà, sembra di essere a Lisbona, dall’altra il porto e il mare che immaginiamo in tempesta nei giorni in cui sferza la bora.

Poco prima di arrivare, da lontano ci appare, inconfondibile, la “famigerata” struttura della Risiera di San Sabba. Come una prosecuzione ma peggiore dello Spielberg, l’architettura è inconfondibile a ci riporta immediatamente a pellicole celebri e a filmati di uno strazio devastante.

ll grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – all’inizio è utilizzato dai nazisti come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 (Stalag 339). Verso la fine di ottobre, si configura come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Il 4 aprile 1944 viene messo in funzione anche un forno crematorio. Nel 1965 la Risiera di San Sabba è dichiarata Monumento Nazionale con decreto del Presidente della Repubblica. Nel 1975 la Risiera, ristrutturata su progetto dell’architetto Romano Boico, diventa Civico Museo della Risiera di San Sabba.

Risiera di San Sabba, iniziamo il percorso

La suggestione è forte e mentre attraversiamo la soglia, misurazione della temperatura come d’obbligo, visita ad ingresso gratuito, io e il mio amico Guido, compagno inseparabile di motociclistiche cavalcate, ci ammutoliamo. Iniziamo il percorso, come consigliato dal gentilissimo personale preposto ai controlli di rito, dalla cella della morte che si trova a sinistra appena entrati nella struttura.

Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione. L’ambiente è spettrale, come potrebbe non esserlo, tanti i “pensieri in moto” che si affollano nella mente, tante le domande che vengono da porsi al Creatore.

Proseguendo, sempre sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell’edificio a tre piani in cui erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria, dove venivano impiegati i prigionieri, nonché camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri: tali celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri.

Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l’umidità, la polvere, l’incuria – in definitiva – degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte.

Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez (ora conservati dal Civico Museo di guerra per la pace a lui intitolato), ove se ne trova l’accurata trascrizione; alcune pagine sono riprodotte nel percorso della mostra storica.

La sala delle Croci

Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. Oggi questo edificio prende il nome di Sala delle Croci, perché non essendoci più i solai dei quattro piani che lo caratterizzavano, sono rimaste in evidenza solo le travi della struttura che appunto disegnano una serie di croci nello spazio.


Il corpo centrale della struttura

Il corpo centrale della struttura, di sei piani, era la caserma: camerate per i militari SS germanici, ucraini e italiani (questi ultimi impiegati in Risiera per funzioni di sorveglianza) nei piani superiori, cucine e mensa al piano inferiore, ora adattato a Museo. L’edificio oggi adibito al culto, senza differenziazione di credo religioso, al tempo dell’occupazione serviva da autorimessa per i mezzi delle SS. Qui stazionavano anche i neri furgoni, con lo scarico collegato all’interno, usati probabilmente per la gassazione delle vittime.

Il cortile interno

Proseguiamo in silenzio il nostro giro della memoria e approdiamo al cortile interno. Di fronte alle celle, sull’area oggi contrassegnata da una piastra metallica che si fa un po’ fatica a scorgere, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni – la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale – con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato.

Un canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.

L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono.

Quante sono state le vittime?

Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al lavoro obbligatorio. Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei: bruciarono nella Risiera alcuni dei migliori ”quadri” della Resistenza e dell’Antifascismo.

Prima della seconda guerra mondiale gli ebrei triestini erano circa 5000. Dopo le leggi razziali fasciste del 1938 e l’istituzione anche a Trieste di uno dei famigerati ”Centri per lo studio del problema ebraico” (erano quattro in tutta Italia), molti ebrei decisero di emigrare all’estero. Ciò nonostante i nazisti riuscirono a deportare nei campi di sterminio più di 700 ebrei triestini. Di questi solo una ventina sopravvissero e fecero ritorno. Nella Risiera, inoltre, accanto agli ebrei triestini furono imprigionati e poi deportati anche moltissimi ebrei catturati in Veneto, in Friuli, a Fiume e in Dalmazia

La macchina della repressione

Il controllo poliziesco, la repressione politica, razziale, antipartigiana, vengono affidati alla supervisione delle SS il cui comandante, Odilo Lotario Globocnik, triestino di nascita, legato ad Himmler e già organizzatore dei massacri di oltre due milioni e mezzo di ebrei in Polonia (Aktion Reinhard), si installa a Trieste con un nutrito seguito di ”professionisti” della morte, già distintisi in modo sinistro nelle varie operazioni di sterminio in Germania, Polonia, U.R.S.S. e nei campi della morte nazisti di Belzec, Sobibor e Treblinka.

Con Globocnik arrivano a Trieste gli uomini dell’Einsatzkommando Reinhard, ben novantadue specialisti tra i quali numerose SS ucraine, uomini e donne. Gli Einsatzgruppen o Einsatzkommandos sono reparti speciali, creati allo scopo di ”condurre la lotta contro i nemici ostili al Reich alle spalle delle truppe combattenti” e di svolgere compiti di particolare ”impegno” per l’attuazione della politica di occupazione, di repressione e di sterminio praticata dal Terzo Reich nei territori invasi. Questi gruppi dipendono dall’RSHA, cioè dall’ufficio centrale della polizia di sicurezza del Reich (Reichssicherheits-hauptamt), a sua volta dipendente dal Ministero degli Interni alla cui testa era il Reichsführer SS e ministro Heinrich Himmler.

Dopo l’8 settembre

Pochi giorni dopo l’8 settembre arriva a Trieste Christian Wirth, con alcuni suoi uomini che avevano partecipato all’Aktion Tiergarten 4, cioé, fin dal 1939, all’eliminazione di “malati inguaribili” tedeschi e successivamente di prigionieri dei campi di concentramento segnalati come “inguaribili” con false certificazioni dai medici di campo.

L’Einsatzkommando Reinhard costituisce territorialmente diversi uffici contrassegnati dalla sigla R. Il gruppo che opera a Trieste ha la sigla R1, quello che opera a Udine ha la sigla R2, quello di Fiume ha la sigla R3. La sigla è impressa sui documenti e sulle celle della Risiera. Il primo comandante dell’Einsatzkommando a Trieste è Christian Wirth; dopo l’uccisione di Wirth, in un’imboscata partigiana a Erpelle il 26 maggio 1944, gli subentra August Dietrich Allers. Il braccio destro di Allers e comandante della Risiera sarà Joseph Oberhauser. La presenza di un tale “staff”, eccezionale per responsabilità direttive e organizzative nella politica di sterminio in Europa, nel “Litorale Adriatico” è giustificata dall’estrema importanza che tale territorio aveva per il Reich.

Il “Litorale” è l’ultima conquista europea dell’imperialismo nazista. Trieste, l’Istria e il Friuli sono una piattaforma economica e politica dell’espansionismo germanico nel Sud – Europa e nell’area mediterranea e sono, nel contempo, una ”cerniera” strategica essenziale fra il settore balcanico, sconvolto dalla guerra partigiana e minacciato dall’avanzata sovietica, il fronte italiano e la Germania meridionale.

Il Processo a responsabili dei crimini commessi alla Risiera di San Sabba

Si è concluso a Trieste nell’aprile 1976, a distanza di trent’anni, il processo ai responsabili dei crimini commessi durante l’occupazione tedesca alla Risiera di San Sabba. Erano accusati – fra gli altri – due nazisti: Joseph Oberhauser, un birraio di Monaco di Baviera, e l’avvocato August Dietrich Allers di Amburgo. Il primo era il comandante della Risiera, il secondo era il suo diretto superiore fin dal tempo del Tiergarten 4, il centro organizzativo dell’”operazione eutanasia” dei minorati mentali e fisici della Germania e dell’Austria.

Alla sospensione, in seguito alle proteste levatesi in Germania da parte di coraggiosi uomini di chiesa, del programma di eutanasia – secondo i dati del Tribunale di Norimberga erano state già eliminate in nome dell’”igiene razziale” circa 100.000 cosiddette ”bocche inutili” – il personale del ”T 4” passa in Polonia ove, nel quadro della ”soluzione finale”, organizza i campi di sterminio di Treblinka, Sobibor, Belzec. Le fonti ufficiali polacche – le più prudenti – stimano in circa due milioni gli ebrei e in cinquantaduemila gli zingari (dei quali circa un terzo bambini) uccisi in questi campi. Terminato il proprio compito in Polonia, questa gente – tra loro c’è Franz Stangl, il ”Boia di Treblinka”, ritenuto responsabile da un tribunale tedesco della morte di 900.000 persone ed Erwin Lambert, lo specialista nella costruzione di forni crematori – viene inviata in Italia e si stabilisce a Trieste.

Al processo per i crimini della Risiera di San Sabba il banco degli imputati è vuoto: parecchi di essi sono stati giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali. August Dietrich Allers è morto nel marzo 1975, Joseph Oberhauser è rimasto a vendere birra a Monaco. La giustizia italiana non ne ha chiesto l’estradizione in quanto gli accordi italo-tedeschi che regolano questo istituto si limitano ai crimini successivi al 1948. Il processo si è concluso con la condanna dell’Oberhauser all’ergastolo. Il criminale nazista è deceduto all’età di 65 anni il 22 novembre 1979.

Concludiamo la nostra visita alla Risiera di San Sabba puntando sulla Cattedrale di San Giusto, situata in uno dei punti più belli e panoramici della città. Abbiamo bisogno di bellezza, dopo tanta commozione, e di un po’ di raccoglimento per porre qualche domanda a Dio. Intanto riecheggiano le parole di Simon Wiesenthal che disse in merito al processo avvenuto senza la presenza dei responsabili: ”Non è solo un’esigenza di giustizia, ma anche un problema educativo. Tutti devono sapere che delitti come questi non cadono sul fondo della memoria, non vengono prescritti. Chiunque pensasse ad un nuovo fascismo deve sapere che, alla fine, sarà sempre la giustizia a vincere. Anche se i mulini della giustizia macinano lentamente”. Il valore della memoria e, soprattutto, la speranza di una nuova “riconciliazione” tra tutti gli esseri.

Foto © Scrittore In Viaggio

Leggi anche

ALTRI ARTICOLI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_img
spot_img

Ultimi Articoli

spot_img