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Elisa donna in viaggio, da sola e rigorosamente in Vespa PX

Elisa Montanari e la sua Vespa PX, un amore solido, concreto, forgiato da un desiderio di orizzonti non comuni

La storia di Elisa Montanari, “vespista” indomita, accompagnatrice Turistica e Tour Leader con la passione per la filosofia. Una viaggiatrice fisica e “metafisica” capace sempre di mettersi in gioco e di accettare ogni sfida col sorriso

Elisa Montanari e la sua Vespa PX, un amore solido, concreto, forgiato da un desiderio di orizzonti non comuni. Si, perché per viaggiare in Vespa, in solitaria, non solo ci vogliono ottimismo e coraggio ma servono anche quell’indipendenza mentale, quella volontà di “autodeterminazione” che ha accomunato le donne dai grandi sogni. Di viaggio e di vita.

Elisa, prima di questa intervista in cui risponde a tante domande con parole che fanno riflettere (leggetela perché è veramente interessante), si presenta così: “Dopo essermi occupata di filosofia e ricerca storica (e prima ancora di documenti aziendali, chitarre, colazioni dei bar, merchandising pubblicitario e libri degli altri), sono diventata Accompagnatrice Turistica /Tour Leader un attimo prima dello scoppio della covid-pandemia. Continuo ad accompagnare me stessa su strade passate e future, e scrivo e fotografo, sempre in Vespa.

Ecco, Elisa è una donna che ha imparato a “farsi compagnia”. Importante. Per molte donne che ancora oggi, nel 2021, hanno difficoltà a farsi compagnia e si intossicano di relazioni malate (consiglio mio che non c’entra molto ma forse sì: guardate la bellissima miniserie Netflix Maid che parla di storie di “ordinari abusi psicologici e fisici”, una storia che va dritto al cuore perché sintetizza l’inesauribile tensione del singolo dentro la società e il suo frantumarsi nel reale ), Elisa, con i suoi viaggi in Vespa in solitaria, può rappresentare un esempio.

La sua storia di vespista attrae perché è anche la storia di una donna capace di sorridere alla vita e alle sue difficoltà. E forse, la palestra vespistica è anche questo: ottimismo, imparare ad “aggiustarsi” quando è necessario, riprendere la strada, rialzandosi sempre.

Elisa, come nasce la tua passione per la Vespa e per i viaggi in Vespa

Per me Vespa e viaggi sono sinonimi. Ogni destinazione è valutata su questo metro: vado dove posso andare con lei. Nell’aprile 2005 comprai la mia prima Vespa, un PX 125 nuovo di zecca. Non sapevo nemmeno cosa fosse, dove stesse il motore, né come si guidasse (ho imparato a cambiare nella stradina dietro la concessionaria, appena ritirata, e ricordo che ero terrorizzata all’idea di muovere quella manopola!). Tre mesi dopo ci andai al mare in Sardegna. Fu il mio battesimo del fuoco: un giretto di 1.200 km percorsi in una decina di giorni.

E tutto questo “per colpa” di una sola persona: Giorgio Bettinelli. È stato leggendo il suo primo libro, In Vespa. Da Roma a Saigon, che ho deciso di ritornare sulle “due ruotine” (dai 16 ai 19 anni scorrazzavo in lungo e in largo su un cinquantino ugualmente a ruote piccole, estate o inverno che fosse). Scoprendo quello che ha fatto lui, ho capito che si può viaggiare utilizzando un mezzo tanto piccolo e apparentemente poco adatto alle lunghe percorrenze. Se con la Vespa Bettinelli ci è andato in Vietnam, mi sono detta, vuoi che io non riesca ad andarci in Sardegna?! Così ci ho provato. Ed è stato talmente bello che non ho più smesso.

Quali modelli hai avuto e quale hai oggi

Il mio PX è con me da 17 anni, e nel frattempo i chilometri fatti insieme sono diventati più di 65.000. Poi di recente si è aggiunta una VBA 150 del 1959, che ha richiesto un lungo restauro. Con lei ho fatto qualche giretto breve, 50 km al massimo… devo dire che è divertente. Anche se per stare con me bisogna essere disposti alle lunghe percorrenze! Vedremo…

Cosa ha la Vespa di tanto affascinante che genera ancora oggi tanto interesse

Credo ci siano almeno tre motivi. Il primo è culturale: Vespa è un’icona dello stile italiano, come la Fiat 500, fa parte della storia del nostro Paese. Anche cinematografica: basti pensare al film Vacanze romane, che di fatto l’ha resa immortale. La seconda è che proprio per questo la maggior parte delle persone ha avuto una Vespa, almeno in gioventù.

Non sai quante volte mentre sono ferma per il pieno di benzina si avvicina qualche curioso e attacca la litania del “ah la Vespa, ce l’avevo anch’io, quanti ricordi!”. E poi come terza ragione direi che gran parte del suo fascino deriva dall’aspetto tenero e scanzonato. A differenza delle moto grandi, Vespa non incute timore: è alla portata di tutti e tutte, fa tenerezza appunto. E anche chi la guida beneficia di questa simpatia. Se scendi da una Vespa ti accolgono tutti con il sorriso, a qualunque latitudine. Nessun pericolo è mai arrivato via Vespa!

Perché secondo te la Piaggio non produce più la storica PX

Ahi, che tasto dolente… il motivo ufficiale è che non ha i requisiti di sicurezza standard richiesti dall’Unione Europea (vedi l’ABS, ad esempio), e per come è strutturata non è possibile aggiornarla. Certo è che l’uscita di produzione del PX ha segnato la fine di un’epoca, essendo terminata con lei la produzione della Vespa classica, a 2 tempi e con il cambio al manubrio. La cosa non è andata giù ai vespisti e ai tanti fans che ancora ci sono e che chiedono a gran voce la rimessa in produzione di un modello dotato di quel borbottare sornione che è la voce caratteristica della Vespa (data dal motore a 2 tempi), e che abbia le marce.

Da parte mia, visti i tanti chilometri percorsi con un PX, posso dire che sta diventando sempre più difficile abitare le strade contemporanee con una Vespa classica. Gli asfalti disastrosi (buche ma anche crepe e dislivelli assurdi), le statali che diventano superstrade all’improvviso, gli altri mezzi sempre più potenti e tecnologici che conferiscono a chi li guida la delirante idea di una sorta di onnipotenza e l’autorizzazione a distrarsi tra telefoni e schermi vari (vogliamo parlare dei camion che impostano la velocità automatica e ti scartano all’ultimo secondo tra strombazzate loro e bestemmie tue?), i pedoni che attraversano senza nemmeno guardare tanto hanno diritto di precedenza (“la Vespa non frena, rallenta” si è sempre detto tra lo scherzo e il mica tanto…), per non parlare di bici e monopattini e skateboard e qualsiasi pezzo di materiale dotato di ruote che circola bellamente sulle nostre strade senza il benché minimo criterio; ecco tutto questo rende la vita di noi vespisti classici molto faticosa.

Poi c’è un altro aspetto. Il motore a 2 tempi raffreddato ad aria è sempre più difficile da raffreddare visto che l’aria in estate si è fatta rovente. Non so se sia il caso di chiamare in causa per l’ennesima volta il cambiamento climatico, ma certamente io la differenza la vedo e la sento da qualche anno a questa parte. È difficile percorrere lunghe distanze se ogni 50 km devi fermarti per far raffreddare un po’ il motore ed evitare di grippare (cosa che di recente mi è capitata più volte, peraltro…).

Quindi non ti nascondo che sto pensando di passare al 4 tempi, un po’ più sicuro e confortevole, e soprattutto raffreddato a liquido. E ovviamente mi sento autorizzata a pensarlo perché anche Bettinelli, nel suo viaggio in Cina (l’ultimo, purtroppo) utilizzò il nuovo modello a scooter. Vale sempre la stessa regola per me: se l’ha fatto lui, allora si può fare! (operazione di marketing geniale da parte di Piaggio, ammettiamolo…)

Veniamo ai tuoi viaggi: località, curiosità, raccontaci quelli che ti sono più rimasti nel cuore e perché

Ce li ho nel cuore tutti, perché anche quelli più brevi (penso ad esempio alle Cinque Terre o all’Isola d’Elba) regalano quell’attimo folgorante di felicità pura che ti prende quando stai viaggiando e sei tutt’uno con la Vespa. Certo, il fascino delle “prime volte” è innegabile: il primo viaggio in assoluto, quello in Sardegna, e il primo all’estero, tra Grecia del nord e il sud Albania, hanno inevitabilmente un sapore magico.

Come esperienze di conoscenza, che è poi l’aspetto che più mi interessa dei viaggi in Vespa, ce ne sono due in particolare: il Bologna-Palermo fatto nel 2016 e l’Albania etnica, quindi Albania, Macedonia del Nord e Kosovo, fatto nel 2019. Il primo lo definirei “la scoperta del sud”. E non parlo solo di scoperta geografica. Intendo dire che andare da Bologna a Palermo in pieno agosto senza aver prenotato nulla e senza smartphone (all’epoca non ce l’avevo ancora) implica necessariamente affidarsi molto alle persone che abitano i “paesi ospitanti”, i luoghi dove ti fermerai.

Come si fa senza tecnologia e app varie? Si parcheggia e si chiede. Si sono tutti fatti in quattro per aiutarmi, e una soluzione l’abbiamo sempre trovata… ma dovevi vedere le loro facce sbalordite davanti a una che partita da Bologna scende da una Vespa chiedendo alloggio in agosto in località di mare! Tra l’altro non ero mica partita pensando di arrivare in Sicilia… avevo in mente di fermarmi a Matera. Poi già che c’ero mi sono detta vabbè dai, allunghiamoci un altro po’… e siamo arrivate a Palermo (dove poi abbiamo preso il traghetto per Livorno).

Nel 2019 invece, questa volta smartphone munita, mi sono regalata un mese di nomadismo tra Albania, Macedonia e Kosovo. L’Albania l’avevo “assaggiata” l’anno precedente, quando ci ero arrivata via terra dalla Grecia. Mi aveva colpito talmente tanto da decidere di ritornare, per conoscerla meglio. Partendo dal nord, questa volta, quindi una volta sbarcata a Durazzo mi sono diretta a Scutari. Ecco, il traghetto e le tre notti a Scutari le avevo prenotate dall’Italia. Poi basta, e già mi sembrava troppo, il resto lo avrei deciso strada facendo. Non sapevo nemmeno quando sarei rientrata. Mentre ero a Scutari mi è venuta nostalgia dei gestori dell’albergo dove ero stata l’anno prima a Valona, nel sud. Pensa che mi conoscevano da due giorni e mi hanno preparato una cena di compleanno (ne compivo 40) come fossi una di famiglia… sono cose che non capitano spesso e che non dimentichi facilmente, e infatti ancora oggi ci sentiamo abitualmente.

Quindi, tornando al 2019, dopo Scutari ho mosso quei 200 km verso sud e raggiunto Valona. Mi sono fermata qualche tempo lì sul mare, facendomi coccolare dai miei ospiti, e poi sono ripartita con l’intenzione di visitare più Albania possibile e anche di sconfinare nelle zone oggi appartenenti ad altri stati ma abitate da popolazione albanese (spesso la storia rimescola crudelmente le vite e i sentimenti delle persone, in nome di quelle cose chiamate confini). Così ho visitato nell’ordine: Berat, Elbasan, Pogradeç, Korçë, poi ritornando a Pogradeç ho passato il confine e sono entrata in Macedonia, quindi Ohrid, la sorprendente capitale Skopje, poi da lì in Kosovo, le città di Prishtina e Prizren, per poi rientrare in Albania e fermarmi un po’ a Tirana, capitale giovane e dinamica. Un itinerario, tra una cosa e l’altra, di circa 2.000 km. Cambiando città quasi ogni giorno mi è capitato di svegliarmi nel cuore della notte e chiedermi “Ma dove sono?”. Buffo, se si pensa a quanto siamo stanziali abitualmente. In quell’occasione ho anche provato una sensazione bellissima, che riporto prendendo a prestito le parole di Bettinelli:

Balzo in sella (…) con il morale alle stelle e una rinnovata smania, quasi fisica, di essere in movimento, di andare, di arrivare alla sera in un villaggio dal nome sconosciuto o familiare, e sapere che già l’indomani sarò in un altro villaggio o città o cittadina, e il giorno dopo in un altro ancora, lontano da quello del giorno prima. E la consapevolezza che tutto questo possa continuare per mesi, per anni, sulle ali di un eterno, immutabile presente, con la strada che più si allunga e più diventa corta, e più ti si accorcia sotto le ruote e più vorresti che si allungasse, perché non è ancora (se mai lo sarà) abbastanza”.
Giorgio Bettinelli, Rhapsody in black. In Vespa dall’Angola allo Yemen, p. 61

Non avrei saputo dirlo meglio.

Cosa significa viaggiare in Vespa PX

Significa essere fragili e lenti. Se decidi di viaggiare in Vespa devi accettare di essere e sentirti a ogni istante estremamente vulnerabile. Da lì non si scappa. E questo rende la tua idea fortemente anacronistica. Perché nel nostro tempo tutto ti sollecita a essere “smart” (qual è la strada più veloce?, qual è il modo per farlo nel minor tempo possibile?) e “safe” attraverso l’utilizzo di veicoli sempre più alti e corazzati. A mio parere sotto queste sollecitazioni c’è l’idea che il mondo esterno sia una giungla da cui devi proteggerti, distanziarti, dove passare il più in fretta possibile.

Eppure questa giungla è il mondo in cui viviamo. Quindi ok tutte le considerazioni che abbiamo fatto prima in termini di sicurezza e di buon senso, però c’è il rischio di esagerare. Non solo perché una eccessiva pretesa di sicurezza porta di fatto alla paralisi, ma anche perché così facendo si perdono tantissime occasioni di conoscenza: del mondo, di chi lo abita, e soprattutto di te stesso. E per me questo è il senso vero del viaggio: conoscere e capire.

In condizione di maggiore vulnerabilità puoi capire molto meglio il cuore della gente che incontri. Prendi l’Albania, ad esempio. Ho percorso, rigorosamente in solitaria, più di 3.000 km tra persone albanesi, anche se di diversa nazionalità (includo anche gli arbëreshë, gli albanesi d’Italia, scappati in seguito all’invasione turco-ottomana di fine ’400 e che conservano ancora oggi lingua e tradizioni tra cui il bellissimo rito bizantino-greco). Mi sento di dire che hanno un cuore grande proprio per come hanno trattato la mia vulnerabilità. Con garbo e gentilezza, sempre pronti ad aiutarmi e con il sorriso.

Ricordo come fosse ieri un episodio che mi è capitato a Durazzo. Stavo rientrando da una gita a Kruja, l’antica capitale dove c’è ancora la cittadella fortificata con all’interno il museo dedicato a Skanderberg, l’eroe nazionale. Scendendo verso sud e arrivata a Durazzo, dovevo imboccare la superstrada per Valona, e invece ho sbagliato qualcosa e sono finita dentro la città. Appena me ne sono accorta ho accostato cercando qualcuno cui chiedere indicazioni. Sul marciapiede proprio accanto a me vedo una giovane coppia con due bimbi al seguito. Stanno cuocendo pannocchie con l’intenzione di venderle per pochi spicci. Mi avvicino e chiedo la strada per Valona. Loro parlano solo albanese. Lui prova a spiegarmi ma faccio davvero fatica. Vedendo la mia perplessità, lui molla la cottura delle pannocchie, si allontana di qualche passo e attacca a fischiare.

Dopo poco arriva un altro ragazzo, parlano un attimo tra loro, e quell’altro sparisce. Ritorna lui e con la mano mi fa segno di aspettare. Io non so cosa pensare, so solo che il tramonto presto arriverà e la Vespa non è il mezzo migliore per guidare col buio. Presa dal mio problema guardo quei ragazzi con i loro bambini ma è come se non li vedessi. Avrebbero tutti bisogno di vestiti puliti e di qualcosa di sostanzioso da mettere sotto i denti… ma io ho la mia strada in testa. Dopo poco arriva il ragazzo di prima su una macchina e mi fa segno di seguirlo. Il giovane che ho davanti mi sorride per salutarmi. Io infilo il casco e seguo l’altro. Mi porta fino all’imbocco della superstrada per Valona. Arrivati lì, accosta e viene verso di me. In perfetto italiano mi dice che adesso la strada è tutta diritta, non posso sbagliare. Io lo ringrazio infinitamente e lui, prendendomi la mano, dice che spera solo che io mi trovi bene nel suo Paese. E tornando alla macchina mi augura buon viaggio. Dopo, mentre guidavo tranquilla, ho pensato che è così che inizia il male: quando un tuo bisogno piccolo non ti fa vedere i bisogni più grandi di chi hai davanti.

Ho pensato anche che se avessi fatto ricorso a navigatori e app varie questo incontro non sarebbe avvenuto. E che oggi tra programmi con cartine di quello, mappe di quell’altro, prenotazioni e recensioni di qualsiasi cosa, uno crede di poter viaggiare come una capsula sigillata che sa sempre dove deve andare, quanto spenderà e cosa troverà… ma allora che viaggio è? Chiamiamolo spostamento, piuttosto!

La Vespa non ti conferisce l’aspetto testosteronico che possono darti certe moto grandi. Anzi, con le sue ruotine e le forme arrotondate è decisamente femmina (umorale e ogni giorno ti riserva una sorpresa, proprio come la vita). Però se sei disposto ad accettarlo e ti lasci andare, vivendo davvero la tua avventura con lei, senza la pretesa o la presunzione di governarla, potresti capire che da quelle apparenti debolezze deriva una grande libertà, oggi piuttosto rara: quella di essere sé stessi, senza bisogno di fingere quel che non si è.

Come ti organizzi

Per abitare bene il viaggio, organizzo il meno possibile. Sulla Vespa sistemo il borsone dei vestiti (pochi e da lavare strada facendo) sul portapacchi posteriore, e una borsa più piccola (accessori vari e riserva di olio per la miscela) sul portapacchi anteriore. Cartina stradale (immancabile!) nel portaoggetti, più facile da consultare. In anticipo prenoto il minimo indispensabile, spesso niente… il traghetto, quello magari sì. Ma anche lì, dipende. Preferisco vedere strada facendo. Io non ho alcun tipo di ansia a non sapere dove dormirò stanotte, l’ansia mi viene sapendo che dovrò stare necessariamente in un certo posto a una certa ora.

Per quanto riguarda il lato meccanico, nonostante i chilometri percorsi continuo a non saper fare nulla che non sia cambiare la candela… ma porto con me pezzetti di ricambio che mi hanno detto essere utili (tipo filo del gas o della frizione che potrebbero rompersi, anche se finora non mi è mai capitato), fidando che all’occorrenza qualcuno saprà rimediare.

Viaggi da sola, quali problemi hai riscontrato principalmente

Adoro viaggiare in solitaria. Sulla Vespa non è facile essere in due, e non solo per motivi logistici e di spazio. È anche o soprattutto una questione di intimità. Mentale, di anime, più ancora che di corpi. E la cosa non cambierebbe molto nemmeno se l’altra persona avesse un mezzo proprio. È proprio una caratteristica del viaggio, direi.

A parte un grippaggio nel 2020 che sarebbe capitato anche in compagnia, problemi non ne ho mai avuti, e come detto quando ho avuto bisogno di aiuto mi è sempre stato offerto col cuore in mano.

Certo, una cosa che ho imparato è che in ogni viaggio medio-lungo arriva il giorno “no”. Quello in cui, vai a sapere perché, mi sembra impossibile fare quello che ho fatto in tutti i giorni precedenti: semplicemente guidare tranquilla e arrivare alla meta successiva. Non che succeda qualcosa di brutto, è piuttosto una sensazione spiacevolissima che purtroppo mi accompagna per tutta la giornata. E che mi fa vivere ogni giro di ruotina davvero male. In quei casi ricorro a tutto il mio autocontrollo (fortunatamente abbondante) e piano piano cerco di andare avanti, comunque. Qualche sosta in più magari, ma avanti. Poi una volta arrivata dove desideravo, sistemo la Vespa e avanti con birra, vino o similia!

In quali paesi invece non ritorneresti e perché

Sinceramente mi sono trovata bene ovunque, e credo che ogni posto meriterebbe una seconda visita, più attenta e consapevole. Se decido di non ritornare è solo perché do la precedenza a quel che ancora non ho visto.

Quali viaggi hai in programma nei prossimi mesi

Che bello viaggiare al futuro! Bello e al tempo stesso molto difficile, specialmente di questi tempi… ma proviamoci. Dopo gli ultimi due anni di guinzaglio corto un bel viaggio manca parecchio a me, come a tanti altri immagino; e a mancarmi è soprattutto, al di là dello spostamento fisico, l’aspetto della scoperta e della conoscenza.

Dove mi dirigerò con l’arrivo della bella stagione? Di preciso ancora non so, ma certamente saranno zone e paesi dell’area mediterranea. Mi catturano per ragioni sia climatiche che culturali. Sono luci e colori dell’anima nostra. Una delle sensazioni che adoro di più al mondo è quando metto la Vespa su una barca per poi arrivare su un’isola. Sublime. Direi comunque che dopo tanta, troppa stanzialità, serve un cambio di rotta! Un po’ di nomadismo puro…

Oltre ai viaggi, quale altro utilizzi fai con la Vespa, esplori la bellezza dei “colli bolognesi con le ali sotto i piedi”

Oddio no, per chi ha la Vespa e sta a Bologna quella canzone è diventata una condanna! Sarà strano da parte di una bolognese, ma ti assicuro che a me i colli cittadini fanno venire l’ansia… non ho mai capito il motivo, forse la conformazione abbastanza chiusa, per cui dopo poco mi pare quasi di soffocare… ed è un po’ il colmo se vai in alto, no? Come che sia, anche quando abitavo in città i colli non li ho mai frequentati più di tanto.

Comunque da un paio di anni ho solo Vespa, niente macchina o altro, perciò se necessario la uso per qualsiasi spostamento. Anche se i giretti dietro casa proprio non mi appartengono…

Hai mai pensato di passare ad una motocicletta o se magari ce l’hai che tipo di moto è

Certo che l’ho pensato, e visti i miei chilometraggi abituali ti dirò che meccanici e amici motociclisti me l’hanno pure consigliato… E potrei farlo senza problemi, visto che per poter guidare la VBA del ’59, una cucciolina leggerissima e con le ruotine da 8, ho preso la patente A3 su una Kawasaki da dodici mila chili!

Ma mi sembra un passaggio più filosofico che motociclistico. Con la moto cambierebbe proprio la prospettiva, il modo di vivere il viaggio. Non è una questione di velocità in sé, so che anche in moto si può decidere di andare piano, ci sono anche gruppi su Facebook che condividono la filosofia “lenta” al di là della marca della moto… però so che non sarebbe la stessa cosa. E non sono pronta a rinunciare a quell’aspetto scanzonato e autoironico che solo la Vespa ha e mi dà.

Quali personaggi ti attraggono di più del mondo dei “vespisti”, Càeran, Bettinelli o altri? E perché

Mi piacciono tutti, ognuno con le sue caratteristiche… ma per quello che ti ho detto, puoi ben immaginare che Bettinelli occupa un posto speciale nel mio cuore; e ho anche imparato che la vita, quando decide di farmi un regalo, me lo manda tramite lui.

Quello che mi sembra comunque importante sottolineare è che sono (stati) tutti viaggiatori, prima ancora che vespisti. Nel senso, viaggiatori che hanno abitato il viaggio con la Vespa perché probabilmente la sentivano congeniale per la loro idea di viaggio in quel momento. Il fatto per esempio che a livello meccanico Bettinelli non sapesse fare altro che cambiare la candela, proprio come me, dimostra quanto poco gli interessassero i motori. E Càeran ha viaggiato anche a piedi. In questo senso l’aspetto primario è il viaggio. Lo stesso Ilario Lavarra, che seguo abitualmente e che ha tutta la mia stima e simpatia, è di fatto un nomade che usa la Vespa al posto del cammello!

Fai raduni? Ci sono molte donne “vespiste”, come è il tuo rapporto con gli altri vespisti

Guarda, ci ho provato a fare raduni, a stare nel mondo dei club, ma in tutta sincerità devo dirti che non fa per me. Forse proprio perché mi sento più affine ai viaggiatori che si accompagnano alla Vespa di cui si diceva prima. Se mi alzo alle 6 è perché devo fare una tappa importante o perché devo prendere un traghetto a 250 km da casa, non per andare a mangiare i tortellini dietro casa… ho notato che spesso i raduni si riducono a questo, un po’ di gigioneggiamento collettivo e a seguire un pranzo di 3 ore tra tavolate e premiazioni… no, decisamente non fa per me.

Per quanto riguarda le donne vespiste, anche qui direi ahi ahi, tasto dolente. Ed è un po’ il colmo tenuto conto che la Vespa è stata pensata per le donne, per una guida femminile, come effettivamente era nella primissima pubblicità creata dalla Piaggio. Per quel che ho visto io, le vespiste non sono tante, anzi sono proprio poche. Personalmente credo che le ragioni siano due. O meglio, che oggi le donne su due ruote si dividano in due categorie: quelle che usano lo scooter, magari per lavoro, e allora scelgono mezzi più facili, senza marce e se la scelta cade su una Vespa a scooter è spesso casuale; e quelle che vanno in moto, intendo proprio le moto grandi.

E allora valgono le stesse considerazioni fatte prima. Con, per così dire, un’aggravante: che forse le donne inseguono quell’idea di sicurezza “totale” ancora più degli uomini. E questo ovviamente per ragioni culturali. Se parliamo di moto, il fatto di arrivare in un settore, o in un suo segmento, con decenni di ritardo rispetto ai maschi (salvo ovviamente mirabili eccezioni…) porta a esagerare i due estremi: il desiderio di dimostrare che si è in grado di guidare le moto più grandi e potenti che ci sono, e quello appunto della sicurezza. Questo anche e soprattutto nel caso dei viaggi, in cui si aggiunge l’altra questione culturale, che è quella delle donne che viaggiano da sole o con altre donne. È evidente che la scelta cade allora difficilmente sulla Vespa, che sembra aggiungere fragilità a fragilità…

In ogni caso ben vengano tutte le donne che scelgono di mettersi sulle due ruote al posto di guida! Basta con le zavorrine, termine che ho sempre trovato agghiacciante (per non parlare delle ombrelline…), e con le donne immagine che purtroppo ancora decorano fiere e manifestazioni motoristiche varie. Sono stereotipi ancor più anacronistici della Vespa!

Elisa, come vogliamo concludere?

Se penso a tutti i chilometri percorsi sono ovviamente tantissimi i ricordi e le sensazioni che fanno capolino tra mente e cuore. Gli incontri, le sorprese, le partenze all’alba, i sorrisi, le birrette vista pompa di benzina o vista mare. I “dai che ce l’abbiamo fatta anche stavolta!”, i tanti “ma dove siamo?!”; le lunghe chiacchierate con la Vespa, che puntualmente ascolta borbottando sorniona; i tantissimi complimenti ricevuti e lo stupore che abbiamo suscitato. Penso in particolare a un benzinaio calabrese che mi disse “Io non lo farei manco in macchina”, e si riferiva al solo attraversamento da nord a sud della sua regione.

Penso agli ostacoli e alla fatica. Una in particolare. Quando dall’Albania volevo passare in Macedonia usando il punto d’ingresso doganale di Tushemisht, sul lago di Ohrid che appunto divide i due stati. Te la racconto per bene.

Arrivo lì per i controlli. So già di dover fare assicurazione aggiuntiva perché la mia italiana non copre (come del resto non copre per l’Albania…). La poliziotta mi dice però che in quel punto non c’è un ufficio assicurativo. “E quindi?”, chiedo io. “Devi andare a Qafe Thane ed entrare da là, dove puoi fare l’assicurazione”, risponde lei. Piccola bestemmia interna. Il suddetto Qafe Thane sta a 40 km da dove mi trovo. Tradotto in tempo, un’oretta. Cioè un’ora ad andare, una a tornare. Grande sorriso esterno. “Ma io voglio entrare da qui, se torno con la ricevuta mi fai passare, vero?”. La poliziotta sgrana gli occhioni. È una calda mattina di luglio. Sabato per di più. Ci mancava l’italiana rompicocciuta mezza stracciona su due ruotine non autorizzate a passare, deve aver pensato. Ma sorride pure lei. “Certo che ti faccio passare ma non ti conviene entrare là?”, mi dice gentile. “No, rispondo uscendo. A dopo!”. Il motivo di tanta cocciutaggine? Volevo a tutti i costi visitare il monastero ortodosso di San Naum, uno dei più antichi e suggestivi della regione, che si trova a nemmeno 30 km dopo quel punto d’ingresso. Fossi entrata dall’altro punto lì non ci sarei più passata. E chissà se e quando lo avrei mai più fatto (non è che ti trovi al confine tra Albania e Macedonia proprio tutti i giorni, diciamo…).

Così mi metto l’anima in pace e senza fretta costeggio nuovamente il lago di Ohrid, seguo le indicazioni, qualche salita e qualche tornante ed ecco l’altra dogana. I primi ufficetti assicurativi sono chiusi. Bene. Chiedo a dei camionisti. Sì sì, vai avanti e trovi! Bene. Arrivo dai poliziotti. Parcheggia lì ed entra là. Bene. Non quella porta, l’altra! Sento che imprecano, mi giro, si sbracciano. Uh, sorry! Entro giusta. Bene. Salgo, spiego, do i documenti della Vespa. “Per quanti giorni?”, mi chiede l’assicuratrice. Il minimo è 15”, precisa. “Ok, ne compro 15”, dico affabile. “50 euro”, esige. Male! In Albania lo stesso tempo ne costa 12. “Ho detto 15 giorni, non 50”, provo a scherzare approfittando dell’assonanza inglese tra i due numeri. “Sì, 15 costano 50 euro”, ribadisce gioiosa l’esattrice. Che avrà passato un pomeriggio meno gioioso se le sono arrivate le cose simpatiche che poco sportivamente le ho augurato.

Riprendo la Vespa e me ne ritorno da dove sono venuta. Con orgoglio mostro il prezioso foglietto alla poliziotta e finalmente passo. Comincia a fare caldo, sono ore che giro come una trottola. Dopo la colazione non ho più toccato né cibo né acqua. Ma ormai il monastero è vicino, mi dico, non è il caso di perdere tempo lungo la strada. In effetti dopo poco arrivo a destinazione. C’è un grande parcheggio, già bello pieno di macchine e pullman. Ognuno ha la sua area dedicata. Noi no. O almeno io non vedo un’area ruotine. Poco male, parcheggio proprio davanti al cancello d’ingresso. Scendo e mentre chiudo la Vespa mi rendo conto che il monastero è molto distante.

C’è un grande parco pieno di bar ristorantini e negozi di souvenir da attraversare. La Vespa è carica di bagagli. Non ho la benché minima intenzione di portarli con me. Butto l’occhio appena di là dal cancello e vedo tre ragazzotti seduti nel parco che ridono e scherzano. Sembrano del luogo. Prendo solo il casco e li raggiungo. “Ho quella Vespa e vorrei andare al monastero, posso fidarmi a lasciare tutto secondo voi?”, chiedo. “Ma certo, nessun problema, ci guardiamo noi!”, mi rispondono. “Posso contare su di voi allora?”, ribadisco io. “Vai e non pensarci!”, ribadiscono loro.
Ecco io non so come mi vengono certe cose. Davvero. So perfettamente che al mio ritorno avrei potuto trovare tre bottiglie di birra vuote al posto della Vespa. Però il viaggio è fatto anche di questo. Di momenti in cui devi prendere decisioni sulla base del puro istinto. E anche in fretta.

Decisa a fidarmi mi incammino. Tra il sole di mezzogiorno, la sete e la guida sono stordita. Mi guardo intorno e mi sembra un altro mondo rispetto a quello che ho lasciato stamattina. Ero a Korçë, una deliziosa città albanese dall’atmosfera discreta. E ora mi ritrovo in questa specie di Rimini macedone (e non avevo ancora visto niente…).

Ecco, sì. La Macedonia è come un’Albania dopo che sono passati i romagnoli a inventare il turismo. E questa è una boutade. Nella realtà, la Macedonia ha legato i suoi destini a quello degli Stati Uniti, che infatti stanno finanziando il restauro di moltissimi monasteri e chiese antiche, conferendo all’intorno il tipico aspetto capitalistico-disneyano; mentre l’Albania subisce ancora influsso e influenze della Turchia, che infatti sta finanziando il restauro delle antiche moschee. Questa riproposizione del legame con la Turchia mi ha stupito molto, visto che ogni 28 novembre gli albanesi festeggiano, e con grande fervore, il giorno della bandiera e dell’indipendenza proprio dalla Turchia, avvenuta nel 1912. Ma tant’è.

Cammino e sento che mi andrebbe proprio una birretta fresca, però penso che magari il monastero chiude all’ora di pranzo e proseguo. C’è davvero un sacco di gente. Arrivo. Già dall’esterno capisco che è valsa la fatica. Ci giro intorno e ogni passo è una conferma. Due grandi pavoni osservano i turisti sul tetto, vicino alla cupola. Sembrano pavoni da guardia. La loro presenza è una delle caratteristiche di questo monastero.

Per entrare bisogna fare il biglietto. Mi rendo conto che con tutto il trambusto non ho avuto modo di cambiare gli euro in dinari, la moneta locale. Mi affaccio al gabbiotto che funge da cassa. Dentro c’è un fratone barbuto e paffuto. Appoggio il casco davanti a lui e gli spiego che vorrei il biglietto ma ho solo euro, va bene lo stesso? Il fratone mi sorride beato. “Da dove vieni?”, mi chiede. Domanda difficile, penso io. Intenderà dalla partenza o da stamattina? Opto per un breve sunto. “Vengo dall’Italia, ho preso il traghetto per l’Albania, ho girato là per due settimane ed eccomi qui… in Vespa!”, dico sbattendo la mano sul casco. “Qui dall’Italia in Vespa?!?!”, ribatte tutto incredulo. Anche i fratoni macedoni conoscono la Vespa. “Sì sì, e pure da sola!”, gioco l’asso. “Free entry for you!”, dice lui di rimando. E oltre a non farmi pagare l’ingresso, aggiunge pure un santino raffigurante il fondatore San Naum con una preghiera scritta in cirillico e un piccolo cero giallo, for your travel.

Sono agnostica, ma quel santino alberga tutt’ora nel mio portafoglio. Il cero invece si è squagliato strada facendo nel portaoggetti della Vespa… che, manco a dirlo, al mio ritorno da quella meraviglia bizantina mi aspettava sorniona, con tutti i bagagli al loro posto. I ragazzi non c’erano più, avrei bevuto qualcosa con loro volentieri, ma nessuno aveva toccato niente.

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